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richMatics | Huawei Ban. USA impongono altri divieti e Cina avanza in Africa.

Huawei Ban. USA impongono altri divieti e Cina avanza in Africa.

Huawei Ban. USA impongono altri divieti e Cina avanza in Africa.
Approfondimenti Huawei Ban

Huawei Ban e battaglia commerciale tra Stati Uniti e Cina.Da una parte, gli USA cercano di imporre divieti e restrizioni al colosso delle telecomunicazioni cinesi e dall’altra l’azienda continua il suo piano di espansione appoggiata dagli investimenti di stato della Cina che mirano a colonizzare anche l’Africa. Ulteriori restrizioni al Huawei Ban Ad aggiungersi alla […]

Huawei Ban e battaglia commerciale tra Stati Uniti e Cina.
Da una parte, gli USA cercano di imporre divieti e restrizioni al colosso delle telecomunicazioni cinesi e dall’altra l’azienda continua il suo piano di espansione appoggiata dagli investimenti di stato della Cina che mirano a colonizzare anche l’Africa.

Ulteriori restrizioni al Huawei Ban

Ad aggiungersi alla lunga lista di divieti del Ban Huawei, il 17 Agosto 2020 il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha inserito nella Entity List altre 38 aziende affiliate a Huawei che operano in 21 paesi diversi al di fuori della Cina espandendo le restrizioni imposte allo sviluppo globale dell’azienda.

Per quanto riguarda le accuse invece, il Regno Unito dichiara di aver trovato evidenti prove di collaborazione tra Huawei e Pechino pur non precisando di che natura siano queste evidenze.
Tobias Ellwood (presidente della Commissione della Difesa UK) afferma:

L’occidente deve urgentemente unirsi per fare da contrappeso al dominio tecnologico cinese. Non dobbiamo rinunciare alla nostra sicurezza nazionale per il bene dello sviluppo tecnologico a breve termine.

A questo si aggiungono le dichiarazioni rilasciate da Daniele di Salvo, italiano ex dipendente di Huawei, nei primi giorni di Dicembre. Le principali accuse di Daniele, che lavorava nei centri di ricerca Huawei tedeschi, riguardano le richieste dei superiori di eseguire reverse engineering sul software Cisco NSO (Network Services Orchestrator) per rubarne segreti industriali.

Le tensioni culminano il 4 Dicembre con l’inserimento delle fonderie SMIC, il colosso cinese dei semiconduttori nella Entity List. Il produttore viene accusato di aver lavorato con una grande azienda per la difesa nazionale e che i ricercatori universitari cinesi abbiano utilizzato i risultati del lavoro delle fonderie a scopi militari.

Le mosse della Cina contro il Huawei Ban

A causa del divieto imposto a TSMC di accettare ordini da Huawei, nonostante il forte dissenso espresso dalla SIA (Semiconductor Industry Association), le fonderie cinesi si stanno impegnando ad accelerare lo sviluppo e ad acquistare il know-how necessario presso la concorrenza. In particolare, il colosso delle fonderie TSMC ha visto licenziarsi diversi dipendenti per lavorare nelle controparti cinesi (SMIC, Quanxin Integrated Circuit e Hongxin Semiconductor Manufacturing Co) attirati da compensi maggiori.

A inizio Ottobre inoltre è stato aperto a Shangai l’impianto dedicato alla produzione di processori che verrà gestito dalla Shangai Integrated Circuit R&D, un’azienda sostenuta dallo stato che si occupa dello sviluppo del paese nel settore dei circuiti integrati.
Attualmente la Cina mira allo sviluppo della produzione di chip a 45 nm per poi procedere con quello a 28 nm nel 2021 e 2022. L’obbiettivo è l’acquisizione delle conoscenze necessarie ad essere competitivi nel lungo periodo, evitando di bruciare le tappe per poter avere una solida base di produzione in futuro, in maniera da essere preparati a situazioni simili al ban di Huawei.

Huawei in Africa

Mentre in occidente Huawei si vede tagliata fuori dalle reti 5G di diversi paesi, in primis Stati Uniti e Gran Bretagna, e le europee Nokia ed Ericsson avanzano, in Africa Huawei aumenta i suoi investimenti aiutata dal governo cinese.

Già tra 2005 e 2018 la Cina ha investito 299 miliardi di dollari in aeroporti, ferrovie, strade e apparecchiature di rete, portando infrastrutture importantissime in Africa, ma aumentando a sua volta l’indebitamento dei paesi del continente nero nei confronti della Cina.

Con già il 70% delle attuali stazioni 4G in Africa prodotte da Huawei, anche Safaricom, il più grande operatore del Kenya, si prepara ad adottare la strumentazione del colosso di Shenzen mentre in Camerun viene completato un data center governativo finanziato dalla Export-Import Bank of China che utilizza apparecchiature made in Huawei.
La tecnologia Huawei è presente anche nei 12 mila chilometri di cavo di rete sottomarino che collega il continente Africano con l’Asia.

L’influenza cinese però non si fa sentire solo tramite Shenzen ma anche con la massiccia presenza di Hikvision (azienda specializzata nella videosorveglianza) in Kenya, Sudafrica e Senegal con i suoi sofisticati sistemi di riconoscimento facciale.

Al momento l’Africa rappresenta un importante luogo d’interesse, per le possibilità di sviluppo che offre (non avendo un modello economico sviluppato) e per la concentrazione di 1,216 miliardi di persone che si traducono in un immensa quantità di dati per le società che decidono di investirvi, in questo caso quelle cinesi.

Un barlume di speranza

Nonostante tutto, ci sono rari casi di tolleranza da parte degli Stati Uniti nei confronti dell’azienda cinese la quale riceve di tanto in tanto delle concessioni nonostante il.

Concessioni che, seppur spesso limitanti, permettono a Huawei di sviluppare altri settori diversi dal 5G. Il 29 Ottobre infatti il Dipartimento del Commercio Americano concede a Samsung il via libera per poter fornire a Huawei display permettendo anche a Sony e OmniVision la possibilità di fornire sensori fotografici.

Anche TSMC potrà tornare a ricevere ordini dal colosso delle telecomunicazioni asiatico a patto che questi non riguardino forniture di materiale concernente lo sviluppo di strumentazione 5G.
Il via libera concesso a TSMC si rivelerà essere una falsa vittoria in quanto questa potrà fornire a Huawei solamente chip sviluppati con un processo non inferiore ai 28 nanometri, il che esclude non solo i processori per dispositivi di gamma media sviluppati a 14 nm, ma anche i più potenti chip da 7 o 5 nm.

Stessa sorte per Qualcomm che potrà fornire anch’essa solo tecnologie “mature” (appunto fino ai 28 nm) e non riguardanti lo sviluppo di strumentazione 5G.

Sono ormai evidenti le difficoltà imposte dal ban cinese così com’è evidente la volontà del dragone di primeggiare nel settore tecnologico, come dimostra infatti il piano quinquennale di sviluppo che la Cina vuole portare a termine entro il 2025.
Purtroppo, il Huawei Ban si abbatte anche sui consumatori e sulle vite di ogni giorno, andando ad aumentare i tempi di sviluppo tecnologico (causando potenzialmente un arretrato anche nell’industria) ed eliminando un forte player nel mercato degli smartphone che porta ad un forte calo di concorrenza con conseguente aumento delle quote di mercato dei marchi già ampiamente affermati.

Huawei rimane ferma sulle sue decisioni e sulla volontà di sviluppare un proprio ecosistema nonostante le tensioni che sono però culminate con la cessione del marchio Honor per 15 miliardi di dollari il 17 Novembre 2020.

Per un maggiore approfondimento della vicenda, visita la pagina Focus.

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