Spionaggio Huawei. Le reazioni di America ed Europa

Spionaggio Huawei. Le reazioni di America ed Europa

L’anno scorso abbiamo assistito al culminare dei contasti tra Huawei e Stati Uniti con la messa al bando dell’azienda cinese da parte dell’inquilino della Casa Bianca, scrivendo un articolo a riguardo e ripercorrendo le varie tappe dell’escalation tra i due.

Abbiamo deciso di approfondire ulteriormente la vicenda per provare a capire da cosa derivano i sospetti e le accuse degli USA nei confronti del colosso cinese e se questi sono fondati o meno. Non daremo una nostra opinione bensì analizzeremo la vicenda nel suo sviluppo complessivo andando a vedere quella che è la “situazione Huawei” a livello globale e non solo in America.

Iniziamo dal presupposto che le principali accuse del presidente americano (e non solo) riguardano il tema della sicurezza e dello spionaggio attraverso il controllo delle infrastrutture di rete da parte del colosso di Shenzen. Questo perché, secondo gli studi di Chris Johnson, a capo del Center for Strategic and International Studies, i servizi di intelligence cinesi si stanno rimodellando secondo il modello di quelli russi e americani e che la loro capacità di reclutamento sia alquanto elevata, anche all’interno di ambiente nemico.

Esempi lampanti di questa capacità di reclutamento dei servizi segreti sono il caso di Kevin P. Mallory che ha ricevuto una condanna a 20 anni di carcere per aver venduto documenti classificati ai cinesi in cambio di 25000 dollari oltre a un telefono per le comunicazioni e quello di Kapila Hendawitharana, il capo dello spionaggio militare dello Sri Lanka, arrestato perché lavorava per Pechino. Negli ultimi anni sono arrivati a 3 i membri dell’intelligence americana ad essere accusati di spionaggio per i cinesi e anche in Europa la presenza cinese si fa sentire: secondo un report dei Servizi Esteri di Bruxelles nel 2019 erano presenti nella capitale europea almeno 250 spie cinesi e in Polonia sono stati arrestati due individui, uno dei quali un dipendente Huawei, accusati di spionaggio per conto della potenza orientale (fonte: New York Times, leggi l’articolo).

Ed è qui che ci ricolleghiamo a Huawei. Nel 2012 i servizi americani hanno iniziato un indagine stilando l’Investigative Report on the US National Security Issues posed by Chinese Telecomunications Companies Huawei and Zte dove emergerebbe che l’azienda cinese sfrutta le backdoor dedicate alle forze dell’ordine presenti sugli apparati di rete per accedere a informazioni. Ovviamente è immediata la smentita da parte di Shenzen che si giustifica dicendo che quelle porte sono rigorosamente controllate e qualsiasi accesso è rapidamente e facilmente identificabile. A questo si aggiunge un articolo della stampa britannica pubblicato da Reuters secondo cui Huawei ha ricevuto finanziamenti da parte dell’Esercito Nazionale di Liberazione, dalla Commissione per la Sicurezza Nazionale cinese e da una terza agenzia dell’intelligence di stato. Le fonti di questo articolo sarebbero la CIA e le autorità britanniche. Oltre ciò pare che il caso fosse già noto ai Five Eyes, una compagnia di servizi d’intelligence composta da cinque paesi di lingua anglofona (Australia, Nuova Zelanda, Regno Unito, Stati Uniti e Canada).

Dalla Cina le smentite non tardano ad arrivare ma nonostante tutto rimane il fatto che il finanziamento ricevuto da Huawei da parte dei tre organi governativi sia stato approvato dal Ministero per la sicurezza di stato.

Altra cosa da non sottovalutare per ciò che riguarda lo stretto collegamento tra il colosso tecnologico e l’apparato governativo cinese è il fatto che in Cina, vista l’attuale forma di governo, non esiste un vero settore privato ma anzi esistono leggi atte ad obbligare le aziende a collaborare col governo.

A fine 2019 la Casa Bianca valuta l’idea di inasprire le decisioni prese contro il colosso di Shenzen e di inserire l’azienda nella black list finanziaria, la SDN (Specially Designated Nationals) del dipartimento del tesoro. Questo comporterebbe il divieto per Huawei di eseguire transazioni in dollaro andando così a demolire qualsiasi forma di commercio con gli Stati Uniti. La decisione non è ancora stata presa ma al momento tutti i prodotti che contengono più del 25% di componenti americane non possono essere vendute all’azienda cinese previa autorizzazione del governo. Si valuta l’idea di restringere questa percentuale al 10%.

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In Europa

Per quanto riguarda il futuro, Boris Johnson, primo ministro inglese a capo del NSC (il National Security Council), abbraccia in parte l’idea di Trump e afferma che in un futuro Huawei potrà tornare a fornire apparecchiature per il 5G, ma solo secondo le regole chi quello che ha definito “uno dei regimi più forti al mondo per la sicurezza delle telecomunicazioni” e non potendo superare il 35% delle installazioni con bando assoluto da quelle che sono le apparecchiature usate in impianti militari, nucleari e governativi.

In Italia il Copasir (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica) afferma che le preoccupazioni sull’infrastruttura di rete Huawei e Zte sono fondate e valuta, dopo diverse affermazioni discordanti nel corso del tempo, di escludere i due fornitori cinesi. Questo comporterebbe l’annullamento di un mega-investimento in Italia da parte dell’azienda TLC cinese che prevederebbe tre anni di finanziamenti per un totale di 2,75 miliardi di euro e 3000 posti di lavoro. Ad ogni modo l’Italia ha pronto all’uso il Golden Power, che consentirebbe allo Stato di intervenire e tutelare aziende che operano in settori strategici come la difesa e la sicurezza nazionale permettendo al governo di intervenire nelle ordinarie attività delle aziende coinvolte (in questo caso i vari operatori di rete) e di recedere contratti prima del tempo senza incorrere in penali.

In Germania la cancelliera Merkel congela un accordo tra la Deutsche Telekom e Huawei dal valore di 533 milioni di euro il quale prevedeva il 70% di forniture per la nuova infrastruttura di rete derivanti da Huawei.

La commissione europea e la Gran Bretagna ha deciso quella che sarà la “cassetta degli attrezzi” per la costruzione del network 5G, escludendo a priori l’utilizzo di forniture Huawei nella core network (il nucleo della rete per intenderci) e limitandone l’utilizzo al 35% per quanto riguarda la parte restante dell’infrastruttura.

“Come risultato della cassetta degli attrezzi nell’UE e la decisione del governo britannico, abbiamo deciso di rimuovere Huawei dalla core network” afferma Nick Read, amministratore delegato del Gruppo Vodafone. L’operatore rosso ha infatti deciso di affidare la costruzione del suo nucleo della rete 5G alle europee Nokia ed Ericsson e si impegna a utilizzare componenti provenienti dal gigante di Shenzen nel resto della rete per un massimo del 35% di copertura, con un costo di 200 milioni e 5 anni di lavoro supplementare rispetto ad un eventuale affidamento completo ai componenti Huawei.

Sempre secondo Vodafone, se tutta l’Europa addotta l restrizione del 35% si rinviano di anni i lavori sul 5G con conseguenze alquanto distruttive per conti e servizi. Anche l’operatore inglese EE dichiara di dover spendere 500 milioni nei prossimi 5 anni.

Per finire, il 14 Febbraio 2020 arriva un’ulteriore proroga di 45 giorni al ban dell’azienda cinese, proroga che viene ormai rinnovata in continuo, a distanza di 8 mesi ormai dall’inserimento dell’azienda nell’Entity List. Questo però non concede ai giganti americani come Microsoft, Google e Qualcomm di siglare accordi commerciali con Huawei ma probabilmente è necessario per permettere ai cittadini di usufruire dei servizi di rete fino al completamento della conversione dei componenti degli apparati di rete da quelli di Huawei (che al momento consentono alla rete di raggiungere le zone più rurali e remote) a quelli dei competitors.