Huawei e USA: corsa al primato tecnologico

Lo scontro tra Huawei e Stati Uniti è stato al centro dell’interesse mediatico per alcune settimane a Maggio, ma in realtà la questione è molto più profonda e potrebbe portare a diversi sviluppi inaspettati.

È infatti un’escalation di contrasti quella tra Huawei e Stati Uniti che culmina con il bando dell’azienda cinese da parte di Donald Trump il 16 Maggio 2019.

Contrasti che vanno avanti da anni, sin dai tempi dell’amministrazione Bush, e che vedono il colosso di Shenzen tagliato fuori dagli appalti pubblici in America durante la presidenza Obama nel 2014. E Trump non è da meno.

Nel 2018 iniziano le accuse del presidente il quale afferma che Huawei sia pericolosa per la sicurezza degli USA, accusandola di spionaggio, frode bancaria e di operare per volontà del governo cinese in quanto controlla buona parte dell’infrastruttura di rete Americana, il fondatore Ren Zhengfei era ingegnere dell’esercito popolare di liberazione nel 1982 e partecipò al dodicesimo congresso del Nazionale del Partito Comunista Cinese.

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Ren Zhengfei, fondatore del colosso cinese Huawei

La situazione si inasprisce a Dicembre 2018 con l’arresto in Canada di Meng Wanzhou, responsabile finanziario di Huawei nonché figlia del fondatore. Secondo l’accusa la CFO avrebbe violato le sanzioni degli SU contro l’Iran. È qui che il piano commerciale e quello politico si intrecciano con la Cina che preme per il rilascio e l’America che spinge per l’estradizione.

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Meng Wanzhou, la figlia del fondatore di Huawei, arrestata in Canada

Altro fattore importante è il 5G, tecnologia in cui Huawei si dichiara leader e che porta enormi benefici (e anche guadagni) nella vita di tutti i giorni. Trump infatti spinge affinché siano gli USA a svilupparlo per primi e invita così tutti i paesi Europei e non a diffidare dell’azienda e a prenderne le distanze anche se l’invito non viene colto.

Il presidente statunitense inserisce quindi l’azienda nella Entry List: una sorta di lista nera che obbliga le aziende americane a chiedere il permesso del governo prima di poter trattare e stipulare accordi con le aziende che vi sono incluse. Questa mossa, associata anche al rialzo dei dazi sull’import cinese, si potrebbe rivelare un’arma a doppio taglio per marchi americani come Apple ma il presidente consiglia alle aziende di tornare a produrre in America in modo da evitare i dazi e in maniera da rimpolpare il tessuto industriale statunitense.

Le ripercussioni non tardano a farsi sentire e Google, Intel, Qualcomm e Broadcom si vedono costrette a dover interrompere i rapporti con l’azienda cinese. Microsoft segue a ruota e il lancio del nuovo Matebook viene annullato. Intanto in Giappone Amazon non vende più prodotti Huawei.

Viene poi rilasciata il 21 Maggio una proroga di 90 giorni in modo da permettere a Huawei e alle aziende con cui aveva stretto accordi di adattarsi alle regole: grazie a questa licenza di circa tre mesi i contratti stipulati da Huawei con aziende americane potranno continuare ad esistere purché stabiliti prima del 16 Maggio.

Nonostante le tensione il CEO di Huawei dichiara in un’intervista rilasciata ai media nipponici e riportata dal Corriere della Sera di ammirare Trump, ma ritiene che questa volta abbia sbagliato in quanto anche gli USA hanno bisogno di Huawei e che senza di loro non potranno mai essere tra i primi ad usufruire del 5G.

Successivamente Trump , durante un discorso presidenziale del 23 Maggio, afferma di ritenere ancora pericolosa per la sicurezza nazionale l’azienda cinese, ma che potrebbe rientrare in future intese commerciali purché Pechino si dimostri disponibile a negoziare nuovi accordi commerciali con Washington. Huawei si è dimostrata disposta a firmare un accordo anti-spionaggio con gli Stati Uniti e il CEO Zhengfei dichiara inoltre di non aver preso in considerazione ne la causa legale ne la richiesta di arbitrato internazionale.

Il colosso cinese pare però non temere affatto le conseguenze della loro messa al bando e dimostra di aver pronto un piano B. Difatti è dal 2012 che Huawei lavora ad un sistema operativo proprietario proprio perché si aspettava una situazione del genere: già nel 2003 il fondatore Ren pensava di dover vendere l’azienda a Motorola, ex azienda americana, ora acquistata dalla cinese Lenovo [ndr], ma il consiglio di amministrazione chiede di proseguire nell’operato dandogli fiducia.

Quello che si sa sul nuovo sistema operativo cinese è il nome HongMeng (trademark tra l’altro da poco registrato globalmente) e che secondo l’importante quotidiano cinese Global Times aziende come Oppo, Vivo e Xiaomi stanno testando il suo funzionamento sui loro dispositivi. Huawei ha già inviato più di un milione di smartphone equipaggiati col nuovo OS.

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I primi screenshot di HongMeng OS

Il sistema proprietario di Huawei è basato sulla versione open source di Android (AOSP) ed è compatibile con tutte le applicazioni anche se non vi si troveranno pre-installati i servizi Google come YouTube e Play Store (anche se in teoria non ci dovrebbero essere problemi nell’installazione manuale da parte dell’utente).

Il colosso di Shenzen si dichiara pronto a far uscire HongMeng anche sui mercati occidentali già a fine estate con la serie Mate 30.

Sarà in grado Huawei di far breccia col suo OS nel monopolio Android e iOS? Google presenta molti dubbi riguardo alla sicurezza del nuovo sistema operativo e secondo indiscrezioni quest’ultimo sarebbe più veloce di Android del 60%.

Sicuramente la situazione continuerà ad evolversi e vedremo diversi risvolti sia dal punto di vista dei consumatori che politico-economico. Quella in corso sembra proprio una corsa al primato tecnologico con un piano della Cina, già pronto per il 2025, di conversione del tessuto produttivo concentrandosi su intelligenza artificiale, robotica e hi-tech.

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Scritto da Richard Sulollari

Studente di informatica, 20 anni, fondatore e amministratore di richMatics. Sul sito tratto vari argomenti sulla tecnologia cercando di essere il più chiaro possibile per renderli alla portata di tutti.

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